Messaggio del Presidente

Siamo stati travolti da un’emergenza più grande di quella che si aspettassimo, ma abbiamo imparato alcune cose e senz’altro ne impareremo ancora molte altre:

Abbiamo imparato che sappiamo fare squadra in una situazione di emergenza, abbandonando la competitività caratteristica del nostro mestiere. Nella regione Lombardia, travolta più di altre dall’epidemia, l’impellenza di riconvertire tutte le rianimazioni alla gestione dei Covid19 rischiava di paralizzare in toto l’attività. L'autorizzazione formale alla mobilità dei chirurghi tra ospedali, concentrando l’attività in poche strutture, ha prodotto un inedito modello di collaborazione, con un’integrazione tra equipe senza precedenti e che ritengo davvero positiva. 

Abbiamo imparato che il desiderio di non restare chiusi dietro le porte del proprio reparto è comune e condiviso.

Abbiamo imparato a ricollocare la nostra specialità in un ambito più ampio. Molti di noi si sono trovati a gestire pazienti che muoiono in scenari che avevamo immaginato possibili solo nel terzo mondo. L'impatto che questo ha avuto sulla nostra percezione del mestiere è stato emotivamente forte: eravamo abituati a considerarci super-specialisti, isolandoci, ma di fronte al dramma a cui abbiamo ogni giorno assistito e che molti di noi hanno attivamente fronteggiato, ci siamo ritrovati a riconoscerci prima di tutto come medici.

Pur in questo contesto di emergenza abbiamo rapidamente realizzato non poche cose: il nostro sito ha aperto una pagina dedicata all’informazione sul Covid-19 dedicata al nostro settore. Abbiamo scritto due editoriali su Acta Neurochirurgica e Journal of Neurosurgery, Sono state lanciate due Survey, una internazionale e una nazionale, sull’impatto che l’emergenza ha avuto sui reparti di neurochirurgia e infine l’Italia (unica insieme all’Inghilterra in Europa) partecipato ad un webinar internazionale Global-Neuro sul Covid. Molti colleghi inoltre stanno scrivendo articoli sull’argomento. 

Come Presidente SINch, voglio esprimere tutto il nostro sostegno a chi di noi si è trovato a fare il medico nel senso più ampio del termine. 

Ci auguriamo tutti che il valore della professione medica possa riguadagnare il terreno che negli anni recenti le è stato sottratto, soprattutto come segno di riconoscenza verso i tantissimi operatori sanitari che non hanno rinunciato a darsi da fare in una condizione di pericolo per la propria vita, perché, a parte la retorica, fare il medico resta una missione. 

Un caro saluto
Marco Cenzato

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